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Porte girevoli tra politica e affari, la legge che non c’è: così ex ministri e parlamentari sono diventati lobbisti pagati dai privati

Dipoliticanews24ore

Apr 22, 2021

Non è illegale e non rappresenta neanche una forma di illecito. Non viola la legge, per il semplice fatto che una vera e propria norma, almeno in Italia, ancora non c’è. Eppure è una delle più deleterie pratiche che possono minare la trasparenza, l’integrità e l’equità delle istituzioni. Un fenomeno sfuggente, ma alla base di enormi conflitti d’interesse.

Quando Mario Draghi è stato convocato al Quirinale per ricevere l’incarico di formare un nuovo governo veniva da 15 mesi d’inattività. L’ultimo giorno di ottobre del 2019 aveva concluso il suo mandato da presidente della Banca centrale europea e da allora non aveva più ricoperto alcun incarico professionale. Se lo avesse fatto avrebbe dovuto chiedere il permesso al suo vecchio datore di lavoro, se così possiamo definire il rapporto che lega la Bce a quello che era il suo dirigente di più alto grado. Questo perché tutti gli ex funzionari della Banca centrale sono obbligati a dichiarare gli eventuali nuovi incarichi assunti. Almeno nei due anni successivi alla fine del loro mandato all’Eurotower, devono rispettare uno stringente codice di condotta sul quale vigila un apposito comitato etico. Sarà poi il consiglio direttivo a decidere se è opportuno che l’ex dipendente della Banca inizi un nuovo lavoro. O se invece, al contrario, è necessario un ulteriore momento di cooling-off, un periodo di “raffreddamento” che separa l’incarico pubblico da quello privato: una pausa che serve, in pratica, a garantire una riduzione del rischio di conflitti di interesse. Per questo motivo, ogni anno, la Bce chiede agli ex funzionari di fornire una dichiarazione in cui sono indicati tutti i loro impieghi retribuiti durante l’anno precedente. A spiegarlo è la stessa Banca centrale europea, interpellata sull’argomento da the Good Lobby, l’organizzazione non governativa che si batte per rendere più trasparenti i processi decisionali europei. Non è illegale e non rappresenta neanche una forma di illecito. Non viola la legge, per il semplice fatto che una vera e propria norma, almeno in Italia, ancora non c’è. Eppure il fenomeno delle porte girevoli rappresenta una delle più deleterie pratiche che possono minare la trasparenza, l’integrità e l’equità delle istituzioni. Un fenomeno sfuggente, quasi sempre legale, spesso sottovalutato o ignorato dall’opinione pubblica nonostante sia causa di enormi conflitti d’interesse. Gli inglesi lo hanno ribattezzato revolving doors, i francesi lo chiamano pantouflage, nei fatti è sempre la stessa storia: poltrone che girano, cambiando radicalmente la propria natura e sulle quali siedono le stesse persone. Ieri erano ufficiali pubblici, politici eletti per prendere decisioni a tutela degli interessi della comunità; oggi fanno i lobbisti, pagati per fare pressione su chi li ha sostituiti a favore del loro nuovo datore di lavoro. Ecco perché si chiamano porte girevoli: imboccandole ex politici di alto livello riescono a passare da un ruolo pubblico a un incarico privato, spesso molto ben remunerato. Dove sta il problema? Nel fatto che l’ex politico porta con sé una rete di informazioni e relazioni costruita negli anni trascorsi al vertice dell’amministrazione pubblica. Rapporti e conoscenze che fanno gola ai privati. Soprattutto quando i profitti di questi ultimi sono legati a doppio filo al tipo di decisioni che prenderà la politica. In questo senso le porte girevoli sono una patologia dell’attività di lobbying: è pressione sul decisore pubblico operata da un ex decisore pubblico. Cosa succede quando un ministro o un presidente del consiglio interloquisce con un’azienda privata, rappresentata da un ex politico, che magari nella “vita precedente” l’ha preceduto in quella stessa carica pubblica? O ancora: che tipo di indipendenza di giudizio può avere un esponente di governo quando magari deve la sua carriera politica a quello che nel frattempo è diventato il portatore d’interessi di una società privata? Gli americani la chiamano regulatory capture: una sorta di soggezione che spinge un organismo statale, creato per tutelare l’interesse pubblico, ad agire in favore degli interessi commerciali privati.

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